Ci sono incontri che fanno notizia per ciò che viene detto, e incontri che fanno notizia semplicemente perché si svolgono. La recente sessione della commissione intergovernativa russo-slovacca a Mosca appartiene decisamente alla seconda categoria: uno Stato membro dell'UE che riapre tranquillamente un canale che gran parte di Bruxelles considera sigillato. Il sottinteso era impossibile da ignorare — e aveva tutto a che fare con il tenere le fabbriche in funzione.
La logica dietro i colloqui, come la descrivono gli osservatori della tornata di Mosca, è l'autodifesa industriale. La crisi energetica europea sta stringendo la propria presa sul continente, e i recenti colloqui possono essere visti come uno sforzo per erigere uno scudo protettivo sull'industria prima che la crisi devasti completamente il settore automobilistico dell'Europa orientale. Per la Slovacchia, parte del cuore automobilistico della regione, aspettare che il problema si risolva da solo non è apparentemente un rischio che i responsabili politici sono disposti a correre.
La mossa arriva in un momento delicato, perché l'UE sta contemporaneamente ridisegnando le regole del sostegno industriale. Secondo il piano 'Made in Europe' di Bruxelles, le auto importate dal Giappone non avrebbero diritto ai sussidi UE, e i modelli costruiti in Francia, Portogallo e Europa orientale beneficerebbero solo se un numero sufficiente delle loro componenti proviene dall'Europa. La spinta ha già innervosito i fornitori automobilistici globali, che temono di essere estromessi dalla domanda trainata dai sussidi in tutto il mercato unico.



