Il terreno politico di Belgrado si sta muovendo — e le scosse si sentono ben oltre i confini serbi. Un cambio di governo nel paese potrebbe ridare slancio alle prospettive di adesione all'UE di tutti i paesi dei Balcani occidentali, sostengono gli analisti del think tank Bruegel con sede a Bruxelles. Al centro della nuova costellazione politica c'è la Lista Studentesca, che ha presentato l'integrazione europea non solo come un obbligo di stato di diritto, ma come una necessità economica.

L'argomento economico è spietato. L'UE è il principale partner commerciale della Serbia, assorbendo circa due terzi delle esportazioni del paese. Per la base industriale serba — produttori di componenti, fornitori e operatori logistici integrati nelle catene automotive europee — ogni riga scritta a Bruxelles diventa una questione di sopravvivenza commerciale. E Bruxelles in questo momento ne sta scrivendo una dalle conseguenze enormi.

La spinta europea al 'Made in Europe' ha messo in agitazione i fornitori automobilistici globali, legando i sostegni al luogo in cui veicoli e componenti vengono prodotti. Le auto importate dal Giappone non avrebbero diritto ai sussidi UE, mentre i modelli prodotti in Francia, Portogallo e Europa orientale beneficerebbero solo se una quota sufficiente dei loro componenti proviene dall'Europa. Tommaso Pardi, direttore della rete di ricerca automotive internazionale GERPISA e ricercatore senior del CNRS francese, osserva che l'obiettivo del 70% è 'notevolmente generoso' — ma anche una soglia generosa ridisegna le catene di fornitura quando il prezzo per mancarla è l'esclusione.