Negli stabilimenti di fornitori in Croazia, il documento più studiato questa stagione non è il portafoglio ordini, ma una bozza di regolamento da Bruxelles. Germania e Francia guidano la spinta per un 'Made in Europe' che legherebbe i sussidi UE alla provenienza effettiva di un'auto — e dei suoi componenti. La frase che conta per i produttori croati di pezzi è breve: i modelli costruiti in Francia, Portogallo e Europa orientale beneficerebbero solo se una quota sufficiente dei loro pezzi proviene dall'Europa. Per un paese i cui componenti alimentano le linee di montaggio europee, quella singola condizione potrebbe ridisegnare le mappe di approvvigionamento di tutto il continente.
Il meccanismo è netto. Le auto importate dal Giappone non avrebbero diritto ai sussidi UE — un messaggio chiaro: Bruxelles vuole la produzione, e la sua catena di fornitura, su suolo europeo. I veicoli assemblati in Francia, Portogallo e nell'Est europeo si qualificherebbero solo se una quota sufficiente dei loro pezzi proviene dall'Europa, una soglia che trasforma ogni componente approvvigionato localmente in una moneta di scambio. Per la Croazia, membro UE sull'Adriatico, l'aritmetica è allettante: più un costruttore acquista dai fornitori croati, più si avvicina ai soldi di Bruxelles.
Eppure le regole che favoriscono i pezzi croati stanno logorando i nervi dell'intero settore. La spinta Made in Europe sta già innervosendo i fornitori globali, che vedono i costi salire e la competitività indebolirsi mentre le reti di approvvigionamento affinate tra i continenti devono essere ristrutturate. L'inquietudine va ben oltre i confini d'Europa: con le auto costruite in Giappone escluse dai sussidi, i fornitori da Seoul a Stoccarda ricalcolano le proprie distinte base e si chiedono quali anelli delle loro catene conteranno all'improvviso — e quali no.



