A Mioveni, il ritmo costante delle linee di montaggio Dacia è da decenni la colonna sonora dell'ambizione industriale rumena. Oggi a competere con esso è un suono più inquietante: il sommesso raschiare di un pettine a denti fitti. Mentre Bruxelles affila le sue regole 'Made in Europe' per le auto, la Romania — sede del vasto complesso Dacia di Renault a Mioveni e dello stabilimento Ford a Craiova — sta scoprendo che produrre veicoli all'interno dell'Unione Europea potrebbe non bastare più. Sempre più spesso, ciò che conta è cosa c'è dentro l'auto.
Il piano ha già messo in apprensione i fornitori automobilistici globali. Le auto importate dal Giappone non avrebbero diritto ai sussidi UE, mentre i modelli costruiti in Francia, Portogallo e Europa dell'Est ne beneficerebbero — ma solo se una quota sufficiente dei loro componenti proviene dall'Europa. Quel 'ma solo se' è tutto ciò che conta per la Romania. I suoi stabilimenti si trovano dal lato giusto della geografia; se si trovano anche dal lato giusto del bilancio dipende da filiere che si estendono ben oltre i confini del Paese.
L'elettrificazione alza la posta in gioco. A Mioveni si produce la Dacia Spring, una delle auto elettriche più accessibili d'Europa — una vettura il cui business case si fonda su costi mantenuti spietatamente bassi, spesso grazie a componenti approvvigionati a livello globale. Se l'accesso ai sussidi ora dipende dal contenuto europeo, ogni cella batteria, cablaggio e chip di un'auto costruita in Romania diventa una decisione strategica. Per i produttori europei di componenti si profila una manna; gli importatori di componenti asiatici rischiano una stretta. La questione aperta è dove verrà fissata la soglia di contenuto — e se i modelli costruiti in Romania riusciranno a superarla.
Dietro la normativa si nasconde una paura che gli analisti esprimono con crescente urgenza: un'Europa che decarbonizza le sue strade mentre esternalizza l'industria che le costruisce — un'elettrificazione senza produzione europea. La vera scelta dell'UE, si sostiene, è più stretta di quanto suggerisca il dibattito politico: mantenere una decarbonizzazione credibile pur consentendo una progressione tecnologica giustificata commercialmente. La Romania si colloca esattamente dentro quel corridoio ristretto: è al tempo stesso una prova della capacità della politica industriale europea di premiare i propri — e un laboratorio per capire se le auto europee a prezzi accessibili possano sopravvivere alla transizione.



