Bratislava ha socchiuso in silenzio una porta che la maggior parte dell'UE tiene saldamente chiusa. Questa settimana la Slovacchia si è mossa per rilanciare la propria commissione intergovernativa con la Russia, rimettendo sul tavolo un canale economico e commerciale formale tra una capitale UE e Mosca. La domanda che riverbera nei consigli di amministrazione dell'Europa centrale è netta: cosa l'ha riportata in vita? La risposta è scritta nella struttura stessa dell'economia slovacca.
La Slovacchia è una delle economie europee più dipendenti dall'export, con le esportazioni che rappresentano circa il 90% del PIL. Il cardine di questo commercio è l'industria automobilistica, che impiega più di 230.000 persone. In un Paese così esposto, qualsiasi tremolio nei flussi commerciali — dazi, regole sui sussidi, un'oscillazione della domanda — si avverte nei reparti di produzione ben prima di comparire in una statistica. Tenere aperto ogni corridoio, a ovest e a est, è meno una scelta diplomatica che un riflesso economico.
La mappa delle esportazioni mostra esattamente dove si concentra l'esposizione. La Germania assorbe il 23% delle esportazioni slovacche, la Repubblica Ceca il 12,4%, la Polonia l'8,3% e l'Austria il 5,7% — un orientamento pressoché totale verso il cuore d'Europa. Questa integrazione sostiene la prosperità del Paese, eppure la ricchezza che genera è distribuita in modo disomogeneo e la Slovacchia continua a fare i conti con squilibri regionali. Ciò rende inoltre Bratislava estremamente sensibile a qualsiasi riscrittura del regolamento commerciale europeo, dai piani di sussidio che premiano i componenti prodotti in Europa alla geopolitica delle catene di approvvigionamento.
Nel frattempo, la mappa industriale viene ridisegnata da capitali che arrivano da una direzione del tutto diversa. A Košice, la città della Slovacchia orientale dove l'acciaio è stato per decenni la spina dorsale, Volvo sta costruendo un impianto per veicoli elettrici appena fuori città. Il progetto — del marchio svedese di proprietà del gruppo cinese Geely — viene letto come il segnale di una più ampia offensiva di investimenti cinesi nell'Europa orientale e come un nuovo capitolo industriale per una parte del Paese che più di ogni altra ne aspettava uno.
Per chi osserva commercio e logistica, il filo conduttore è inequivocabile: un Paese che manda oltre i propri confini circa nove decimi del PIL non può permettersi porte chiuse — né verso gli OEM tedeschi che ancorano la sua industria, né verso i gruppi cinesi che ne stanno costruendo gli impianti di prossima generazione e, come dimostra la mossa di questa settimana, nemmeno verso est. Come reagirà Bruxelles a uno Stato membro che riapre il canale russo è ormai la questione aperta. Per ora, la Slovacchia gioca tutte le carte che la sua macchina export le mette in mano.
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